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martedì, 11 marzo 2008

amelia r

Mi chiamo Amelia r. e, come uno strumento primitivo, risuono di parole. Il primo suono vero è il suono delle cose e la mia prima verità è arrivata a sei anni con il rumore immaginato dello sparo che ha trapassato le vite di mio padre Carlo e di mio zio Nello. Da quel giorno non si è più chiamato papà ma eroe, anche se un eroe è solo un morto laureato precipitosamente dalla storia.

Mi chiamo Amelia r. e sono senza radici, sono di tutti, sono di nessuno, parlo una lingua, parlo tre lingue. Sono nata in Francia, in America e in Italia. Sono nata tre volte. Sono dentro tutti e sono dentro nessuno, come la musica quando si libra e si libera senza possibilità di prigionia fisica.

Non ho mai saputo di scrivere. Succede. A matita, con durate microscopiche, cose appena appena annotabili su carta millesimale. Ma al solo pensiero che qualcuno mi chiami scrittrice, mi sento arrossire, sento pronunciare una blasfemia e sudo freddo all'idea di pubblicare le parole che l'istinto mi impone per impulso vitale, come quello della sopravvivenza pura e semplice di un gatto gettato in acqua. Scrivere non può essere un mestiere che ti mantiene e ti permette di comperare da mangiare. E' qualcosa per cui nascondersi, non esibirsi.

Non sono una letterata e indosso malamente gli abiti dei salotti. Sento angoscia ed attrazione per i personaggi che si siedono accanto a me, Pier Paolo Pasolini, Elio Vittorini, Italo Calvino. Piuttosto io ho molto amici figli di impiegati, o di operai delle periferie. Visito le loro case che non hanno più di una quarantina di libri in camera. In loro non c'è eroismo, non c'è morte di parole laureate dalla storia. 

Eppure un giorno quei salottieri onesti che  le sparano grosse, mi stanano come in una battuta di caccia. A loro consegno, tremando, il suono della poesia, incerto, con lapsus e sgrammaticature, con invenzioni e sregolatezze. L'unica cosa in cui credo, dico loro, scusandomi, è che per preparare una poesia, come per preparare un piatto, si prende un piccolo fatto vero. Che abbia contorni umani.

Una tua faccia ha sì contorni umani
un tuo gesto è davvero primaverile e
un tuo guardarmi è la prima delle cose
a cui penso quando - nel vivido primeggiare
dei nuvoloni pomeridiani - io con molta
lentezza cerco te.

Da questo momento considero la sillaba non solo un nesso ortografico, ma un suono e la metrica qualcosa che varia gentilmente a seconda dell'associazione o del mio piacere. Io non posso contenere la realtà, la realtà è pesante come un mortaio e le mie mani non sono capaci di reggerne la gravità, ma ci sono i versi, le rime i tempi. Sono loro le leve della mia officina. Sono gli uncini che pianto come chiodi nelle cose, perché gocciolino la loro resina, sono le lime di ferro che grattano via l'ottusità del male. Sono le viti che filettano il mio dolore e il mio amore.

Le acque limacciose del mio disinganno erano limate dalla tua gioia
e dal mio averti in mano,
vicino e lontano come il turbine
delle stelle d'estate.

Mi ammalo. Mi ammalo di una malattia di cui sento il passo sordo nel corridoio. Un passo pesante dietro l'altro: qualcuno sta camminando verso di me e forse indossa le scarpe di dio, penso. Continuo a usare le mie mani, sui tasti, per muovere l'archetto del violino, per urlare con l'inchiostro una gentilezza che diventa sempre più inutile.

La morte è nell'aria, ti sfugge
solo per un poco.

Così resto ferma, quasi trepidante, e ogni giorno recito la mia preghiera:
Per il parolaio ch'io fui,
domando di essere viva,
domando di essere viva.

Ma non basta. E così, in un attimo, decido di precedere quel dio, di superarlo.
Ci riesco.

 

La neve scende piana svolazzando contenta
il mio cuore si rabbuia attentamente,
si contrae
e si perdona.

 

Amelia Rosselli, musicista, scrittrice, nata a Parigi il 24 marzo 1930, morta a Roma l'11 febbraio 1996.

 

postato da: amelia1 alle ore 18:12 | Link | commenti (91)
categoria:vita di
lunedì, 25 febbraio 2008

volendo scrivere una lettera

Volendo scrivere una lettera d’amore come si deve, la signorina T. va in cartoleria a comperare della carta da corrispondenza. Si immagina una cosa fine, grana delicata ma non lucida, un avorio delle buone occasioni.

L’articolo non è esposto e così la commessa si accuccia come un cane sotto il bancone e T. sente che rimesta con le mani, sente tonfi di scatole sul pavimento e borbottii di fastidio ed uno starnuto che peggiora la stabilità della scaffalatura. Finalmente la commessa si rialza con una confezione a forma di grossa busta, con certi fiori carnosi di pesco su rametti marrone chiaro lungo i bordi del taglio a punta della linguetta, interno gommato di colla secca. Lo stesso motivo pasquale si ripete anche nei fogli da lettera che la commerciante fa sbucare smazzandoli come carte da gioco.

Volendo scrivere una lettera d’amore che non dia l’impressione di stucchevole romanticismo da nozze, la signorina T. fa no con la mano, come salutando qualcuno di basso o come per cancellare con le dita quella carta leziosa. La signorina T. ha in mente una lettera di primaria passione e di aderente naturalità alle cose semplici, come se incappasse in dislivelli di parole mentre sta pensando al bucato da fare, per esempio, o alle cose da comperare al supermercato segnate su pezzetti di notes. Ne trova tanti, per terra.
detersivo das, 18 misurini
sottilette craf in offerta
latte centrale, un litro
petto di pollo Aia.

Non vuole preoccuparlo di sincerità viscerali. Dalla sincerità non si torna indietro e lei non se la sente di allontanarsi troppo da sé.
Scusi, ma non ha della carta normale?
Spiacente,
dice la commessa, usando un plurale da rappresentante di categoria, forse del Sil, il sindacato dei librai e dei cartolai,
non ne abbiamo. La carta da lettere non va più.
Glielo soffia con rimprovero come se la signorina T. avesse dovuto presentarsi prima a fare questo acquisto, salvando la produzione nazionale della carta da lettere.
Ma non usa le mail?
Adesso la commessa parla alla signorina T. col fastidio che si riserva all' estraneo che ti sorride al buffet delle tartine con un pezzetto di prezzemolo tra i denti.
Comperi una risma.
Va bene, mi dia una risma,
risponde la signorina T guardando alla sua destra, verso l'uscita di sicurezza dell’imbarazzo.

Prende il pacco da 500 di fogli bianchi A4, grammatura 90, ricavata calcolando la massa e l'area di una piccola dima. Questo lo legge sulla confezione e le sembra una cosa seria.
Seria come la sua lettera d’amore.

Appoggia un foglio al tavolo e comincia
Amore mio,
No.
Prende il foglio, lo appallottola male e lo getta.
Amore,
No.
Prende il foglio, lo compatta e lo getta.
Questa è la prima lettera che ti scrivo a mano,
No.
Non c’è bisogno che lo dica, lo sa.
Stringe il foglio con la mano, stropicciandolo al centro e lo getta.

Quello che ti scrivo è semplicemente ridicolo. Magari non ora, ma lo diventerà? La rileggerai, dieci, venti volte? Allora sì sarà ridotta proprio male, le parole sfratte dall’uso, come una maglietta lasciata troppo tempo nel cesto delle cose da stirare, ti sembreranno inservibili. Sformate. Smagrite. O trottole ai giri d’esaurimento, quando la magata del movimento che ti aveva sottratto gli occhi finisce, e il giocattolo torna un pezzo di legno.

Eppure.
Eppure, scrivere è come piangere.

Stamattina il passettìo da passero di una bambina ha illuminato di sole una strada. Ho provato anch’io a camminare in quel lucore ma, entrandoci, ho trovato sconnessione e buchi di pozzanghere asciutte da un lato e dall’altro. Non è così facile imboccare la lucentezza. Allora ho pensato a quel film in cui si dice della fattura perfetta dei tappeti persiani annodati a mano da mani piccole – chi ha le mani piccole è ricercato, a quanto pare – ma che nascondono, ognuno di essi, un nodo sbagliato per permettere a dio di sbrogliare la trama inestricabile. Non si può sfidare dio su questo piano, su quello del mistero, dico. L’enigma non è cosa umana, è divina.
E tu sei un enigma. E il mio amore ha un nodo esiziale da qualche parte, intessuto da piccole mani lucenti.

Ma no e no.

La signorina T. prende il foglio, lo strappa in quattro parti e lo getta.

Cambia registro.

Sai, darla via, come si dice, è un segno di santità. Le donne la tengono come un tabernacolo e aspettano che si compia una messa, che si sprigioni incenso mentre sono penetrate. Poi, pensano che si sia compiuto un miracolo, che il pane sia diventato un corpo, che il vino sia diventato sangue.
Allora perché il mio corpo con te è pane e il sangue mi circola ebbro dentro, corposo Sassacaia, note di viola e di terra, e mi ubriaca di desiderio?
Quando entri in me, spezzi la crosta, mi disfi, mi inghiotti. Quando mi tocchi tra le gambe o incornici con le mani aperte il mio collo, pollice contro pollice sulla trachea, biascico parole senza ossigeno, la mia anima rantola e si accascia a terra mentre tutta la terra gira sotto la mia schiena.

No.

La signorina T. prende il foglio sull’angolo in alto a destra altro, come sollevasse un animaletto per la collottola e lo posa accanto a sé, nel cono di luce della lampada in opaline.
L'animaletto aspetta.

Ieri ho dormito con il vocabolario sul letto. Ho cercato con occhi stanchissimi le parole
erranza
contrarmellino
metonimia
carapace
capestro
il libro è rimasto affossato sul piumone e mi pungeva un fianco: ho sognato - ho sognato? - una minaccia appuntita prima solo appoggiata alla pelle poi sempre più fendente.

Così via, foglio dopo foglio, come un albero che finisce la stagione, scansando anche il numero 498 dal tavolo con l'avambraccio.
Sul quattrocentonovantanovesimo scrive:

sei la punizione che mi sono trovata
per aver pensato che non esistessi.

Lo piega in quattro quarti, lo imbusta, lecca la colla.

Ripone il 500, nodo esiziale, nel cassetto, che manda una luminosità dalla fessura.

Esce.

Non volli.
Non volli dirti nulla.
Vidi nei tuoi occhi
due alberelli folli.
Di brezza, di riso e d'oro.

Oscillavano

 

postato da: amelia1 alle ore 16:19 | Link | commenti (43)
categoria:lettere
martedì, 19 febbraio 2008

da dove sto scrivendo

Mi pare di essere in una distanza siderale, in un ettaro ricavato in una supernova e che da me ti arrivino non lemmi con i loro rigogli, i rizomi grammaticali, ma impulsi quasar, segnali discontinui variabilmente luminosi, di quelli che piacciono tanto agli astronomi per confermare la piccolezza umana.

Mi trovo nel presbitero di un tempo – di un tempio? – al quale non ho accesso. Mi sento chiusa di fuori.
Ieri sera invece sono scivolata in un pensiero confortevole e confortante. Sono andata a dormire e, appena sotto le coperte, ho tirato fuori un braccio come se fossi all’ospedale per una lungodegenza, per una lungoesistenza tra due sponde di alluminio anodizzato, conservata in una temperatura costante di 23 gradi centigradi.
Arrivava l’infermiera spingendo un carrello tintinnate di pastiglie nelle boccette - le infermiere sono sempre sane, hai notato? - che mi ha tastato l’incavo del gomito, lì, dove le vene si sovrappongono come complanari e dalle mani vanno al cuore e viceversa. Abbiamo il cuore sempre nelle mani, dunque?

La signorina mi annodava il laccio emostatico in lattice all’avambraccio finché una vena, strozzata, è diventata una cunetta pulsante. Vi ha infilato un ago, come lanciasse un minuscolo giavellotto.

Quando la sua performance è finita – nessuna delle due ha detto niente, come fossimo d’accordo sul da farsi – mi sono sentita proprio bene lì, ad osservare la miscela fisiologica di gioia, 25 per cento, di speranza, 15 per cento, di umanità, 34 per cento, che mi gocciolava dentro da cannule flessibili e si mischiava al mio sangue come se quella sostanza ipertonica dovesse scalciare ignobili piastrine, globuli fiaccati, un ematocrito scombussolato.
Deve avere pazienza
mi ha detto l’infermiera con il suo sorriso sano, che non mostrava neanche un dente.
Ma, veramente, ho debolmente protestato, io so già aspettare.
Ma lei mi dava già le spalle e riponeva la cartella del primario alla quale, si capiva, doveva attenersi. Ho anche pensato che fosse ormai sorda ai pazienti che credevano solo in diagnosi personali, i peggiori, quelli che suonano sempre la campanella in piena notte, mentre il personale sonnecchia sui lettini delle visite ambulatoriali, lagnosetti di disturbi che non rientrano nel quadro clinico. Io invece volevo proprio entrarci nel loro quadro perché mi sentivo scrostarmi l’ossido di cromo degli occhi, sperdere verde diluto in trementina.

La sera, sopra ogni letto, si è accesa una luce che non faceva luce su niente, neanche sulle nostre teste - intanto mi ero creata una compagnia di allettati - e la stanza ora, con i fiori dei parenti sul comodini, era un cimitero ante litteram, la soglia della transustazione. Qualcuno mugolava i suoi sogni, qualcun altro si controllava la lunghezza delle unghie pulitissime.

Mentre la flebloclisi notturna stava per terminare, ho avuto paura che nel cuore mi entrassero bolle d’aria e mi pareva già sentire quel muscolo stantuffare come la pompa di una bicicletta
Ehi, pensavo,
ma il mio cuore non ha ancora i polmoni ben fatti
deve ancora imparare a prendere fiato,
magari anche a strillare.

La televisione della sala comune parlava di raffiche di vento su Trieste e di una giornata iniziata come tutte le altre.
Ma come era finita? Da lì non lo avrei mai saputo.

La mattina dopo, alla tavola calda della stazione di Padova da dove ti sto scrivendo, la cameriera brutta raccoglie il mio ordine e senza girarsi, dice alla collega al lavello,
fanno due caffè e un latte macchiato.

Non capivo perché mi avevo dimessa
con quell’anima embrionale
prematura, un quasar siderale.

Hai i capelli dritti.
Cerchi di accucciarti, di aggrapparti al filo.
Più tardi vengono gli uomini a pulire
e a tirare giù il filo. Tirano giù il filo
su cui hai passato la vita. Figurarsi: un filo.

Raymond Carver

postato da: amelia1 alle ore 18:24 | Link | commenti (51)
categoria:dedicato a carver
lunedì, 11 febbraio 2008

sofia k

Mi chiamo Sofia K. e il mio più grande maestro, rivelatore dell'aleph del mio cuore, è stato il muro che ha limitato per anni l'aprirsi e il chiudersi dei miei occhi con movimenti di stella marina.

Mia madre, nei giorni del trasloco nella casadelmuro, incarta bianchi levrieri di ceramica, piccole latte chiuse da miniature di mondi trainati da cavalli velocissimi nella foresta, il suo cristo Acherotipo, al quale si rivolge in sussurri notturni per tenere lontante le cornacchie della sfortuna dalla nostra nuova abitazione nella campagna cristallizzata. Segue per ore uomini di straordinaria mitezza mentre combaciano le carte su innumerevoli pareti fredde che dovrebbero racchiudere non solo la sua nobile dotazione di chincaglierie e le stampe delle glorie militari di mio padre, ma forse frenare di fuori lo stesso galoppo della vita.

La minuzia dell'arredo però si arresta un giorno nevoso di ottobre, quando i bellissimi rotoli di carta da parati finiscono alla soglia della mia camera. I negozi di San Pietroburgo sono lontani ed io ancora troppo piccola per pretendere i tralci d'edera dei salotti anche sul mio baldacchino.
Così, mio padre estrae da un baule un fascio di litografie sui calcoli differenziali e integrali del luciferino professor Ostrogradskij, li cosparge di colla e tapezza tre pareti su quattro della mia stanza.

Da quel giorno, nelle nasse dei miei pensieri si incagliano le onde dei limiti, i semplici ed accoglienti ingressi del pi greco e le incognite x, piccole croci senza martiri che corrono tutto il giorno e raccolgo esauste di sera, negli angoli della camera.
Non so cosa siano quei segni, ma la loro potenza mi marchia a fuoco e diventano, goccia a goccia, gli erosori del mio destino.
Un destino che tocco con la sola nudità delle mani e degli occhi, confidando in due sensi.

Queste pagine, vergate di formule antiche attirarono subito la mia attenzione. Mio ricordo di aver passato delle ore davanti a questo muro misterioso.
Sofia K.

Quando comprendo che quei segni marini sono matematica, il modo per rappresentare i cambiamenti e le interconnessioni del mondo, chiedo a mio padre di poter entrare nei segreti del muro. Mi viene impedito di sedermi tra i banchi delle scuole dove si celebra la purezza dei libri ma, ogni giorno, per 168 giorni, dalle 14 alle 18, posso ascoltare il miope Aleksander Strannoliubskij che, con passo aggraziato da fenicottero, mi istruisce al calcolo infinitesimale, quanto di più vicino esista all'illusione di poter indagare i limiti illimitati del tangibile e dell'immaginato.
Quando il professore parla, le sue sono parole che si adagiano nella mia testa come un broccato sul tavolo da ricevimento di cui conosco già ogni intreccio: ogni punto l'ho realizzato di giorno in giorno senza saperne il disegno ultimo.

Quando mi furono impartite queste prime nozioni, mi ricordai improvvisamente di aver già visto tutto sul muro della mia camera di bambina e mi sembrava che i termini di cui si serviva il professore mi fossero da lungo tempo familiari.
Sofia K.

Scopro l'arco di curva dell'amore in Fedor Dostoesvskij quando, ad un ricevimento a base di pesci essicati e pregiati, mi dice, passandomi accanto mentre scherzo sulle crinoline delle bianche invitate, che non dovrei studiare per niente e che se voglio conoscere un uomo, devo sentirlo ridere. Lo dice serissimo e la crisalide della mia attrazione per lui non si trasforma mai in farfalla.

Così, per uscire dai quei muri il cui verde e oro si stingono e si stringono ogni giorno di più, nel 1868 sposo senza preciso assenso, il paleontologo Vladimir Kovalevskij, un lasciapassare per l'evoluta Germania, per Heidelberg, dove io posso, contrariamente a quanto pensi ciascuno di quei paludati umanisti, avanzare come una lucertola sulla parete del calculus tastandone resistenza, vuoti, pieni, l'eco di un varco.

Il mio chiodo è ormai così fondo in me che un giorno finalmente, ab absetia, come se fossi già morta da tempo, mi consegnano la laurea impedendomi di presentarmi.
Nessuno può vedere, nessuno sapere cosa accade da quel momento in me. Prendo carta e penna e con una smania vicina alla felicità, completo il trattato sulla rotazione di un corpo solido intorno ad un punto fisso, come se dovessi convicere il mondo dell'esistenza del calore del sole. Come se dovessi convincere il mondo che esisto.
Raccolgo, come quelle litografie del muro, tutti i miei lavori
la teoria delle equazioni differenziali parziali
e
la riduzione di una classe di integrali abeliani di terzo grado a integrali ellittici,
e parto.

Nei momenti più tristi mi aggrappo alla matematica. E' bello poter pensare che esista un mondo del tutto separato dal nostro io e sento la necessità di pensare ad argomenti indipendenti da qualsiasi implicazione individuale.
Sofia K.

L'infelicità e la felicità si manifestano sempre insieme, sgorgano per me dallo stesso punto, dall'aleph, e tendono, entrambe, all'infinito e quell'infinito a tornare nello stesso luogo.

Sei il sole.
Sì, sei il sole che compie una rotazione immaginaria purché io viva, come vive la terra,
anche se la terra dovesse vivere un giorno come la farfalla
e come la farfalla esaurirsi immediatamente nella sua bellezza.
E lo stesso lotta per la felicità.

Ma questo sole eterno, queste lunghe notti chiare troppo in anticipo sul calore dell'estate (...) promettono una felicità che non sanno dare.

Sofia, sei bella, affascinante, di modi semplici, senza traccia di presunzione. Quando parli il tuo viso si illumina con una grazia femminile e intelligenza che sono abbaglianti. Come il sole.

Mi innamoro di F., uno storico russo. La maldicenza percorre come un'innondazione ogni ambiente che frequento, sommergendolo di cattiverie limacciose.

Un altro muro,
il più possente.
Non
vivo
più.
Troppa
felicità.

Sofia K. muore a 41 anni, per un attacco di cuore.

Chi non ha mai avuto occasione di approfondire la conoscenza della matematica, la confonde con l'aritmetica e la considera arida scienza. In realtà è una scienza che richiede molta immaginazione. Uno dei più grandi matematici del nostro secolo osserva che è impossibile essere matematico senza avere l'animo del poeta. (...) A me pare che il poeta deve soltanto percepire qualcosa che gli altri non percepiscono, vedere più lontano degli altri. E il matematico fa la stessa cosa.
Sofia Kovalevskaja

 

 

 

 

 

postato da: amelia1 alle ore 11:56 | Link | commenti (50)
categoria:vita di
giovedì, 07 febbraio 2008
Buongiorno, sono la portinaia. Non si sa come ma la padrona di casa ha perso le chiavi per entrare. Tornerà, abbiate fede.


atterrare, è la più grande delle miserie umane.


forse era per via della malattia. una forma degenerativa del cristallino, oppure per quella volta in cui il bicchiere andò in pezzi e qualche scheggia di vetro doveva essersi incastrata nella retina, creando quell'effetto caleidoscopio. Il medico degli occhi, per tenerla buona, le dava delle caramelle al ribes che fanno le bolle dentro, allora lei parlava volentieri con il teschio appoggiato tra "anatomia comparata" e "alice nel paese delle quisquilie" di come scartare i pacchi senza strappare la carta, e di come scaldare aerei di carta alitando sulla carlinga a quadretti con i numeri stinti. Non è che dicesse bugie, non proprio. Vedeva delle cose, ecco. L'orso di pezza era ballerino per esempio, per via del diabete sapete, lui diceva che non potendo cedere al miele, trova irresistibili alcuni accordi maggiori del ragtime, e allora ballava, e fanculo agli zuccheri. Insomma, ballare e pettinare lana di vetro, questo le piaceva assai, e trovare vecchia carta velina nei cassetti da incollare alle ali delle mosche. A volte se il tempo era buono, si poteva pescare nella vasca da bagno, non quando nuvole scure si addensavano dietro lo specchio, macchiato di rame verde e mercurio. Per arrivarci, servivano due libri di figure mai letti, o sbattere le braccia. Un giovedì, la donna che l'accompagnava a scuola tenendola per mano, e che con qualche perplessità avrebbe dovuto chiamare mamma, le disse che era una gran fortuna non arrivarci allo specchio, e che il giorno in cui fosse accaduto non avrebbe visto quello che era, ma quello che era diventata, e che quasi mai le due cose coincidono, a meno che non si sia diventati pazzi o ciechi. Il medico degli acciacchi picchiettava poco sotto il ginocchio, e la gamba non ne voleva sapere di passeggiare, non di giorno almeno, per contro le batteva un occhio, quello verde. Dopo le visite, a casa, allargare il buco in una coperta con il dito pareva irresistibile, guardarci dentro poi, non ne parliamo, arrivava il calore del respiro del sonno e si potevano vedere le ombre di certi sogni o le lettere delle parole e persino le mappe del cielo. E poi, sotto le coperte si poteva camminare scalzi, e che ci fossero erba o sale marino, non faceva nessuna differenza, cosi come tenere gli scarafaggi nella scatola dei formaggini con una foglia di insalata. Si potevano anche spostare le lancette degli orologi in posti introvabili, minuti persi pensava lei, ma questo dava un senso al tempo, e lui, il più delle volte ringraziava. Il medico dei sogni la fece stendere su un lettino, poi gli porse un piccolo specchio rotondo. Lei, avrebbe potuto parlargli dei giochi di legno per esempio, del fatto che sono cose a sangue caldo, o anche di quanto le piacesse succhiare di nascosto i dadi da brodo di giuggiole, ma niente.Poi, voltò lo specchio verso il medico dei sogni. Forse era per via della malattia, oppure per le schegge del bicchiere in pezzi, ma, lei guardò le foto degli aerei alle pareti senza parlare, e lui si addormentò per sempre, malgrado il vento nei capelli bianchi.

grazie
postato da: khyes alle ore 14:59 | Link | commenti (15)
categoria:
mercoledì, 30 gennaio 2008

zazie

attenuanti generiche

La signorina C., appassionata in gioventù di beguine e di mambo, come la Silvana Mangano in Riso Amaro, legge il giornale solo al bar aspettando il turno che le tocca. Per autoregolamento, gli anziani del locale si scaglionano con una certa regolarità nell'ultimo tavolino a sinistra, dove il barista, alle 6.45, appoggia la gazzetta piegata in quattro: la gazzetta diventa via via molle e quando viene il suo momento le pagine non scrocchiano più. Questo di solito poco prima delle cinque, quando S. richiude il giornale senza aver letto neanche un rigo, ma consumando il turno sugli annunci mortuari. S. predilige le ricorrenze: nel primo anno dalla scomparsa, i parenti comperano due o anche tre moduli di pagina e si autocommuovono al telefono dettando all'agenzia il necrologio (l'agenzia conserva le foto in un database). Al decimo o all’undicesimo anniversario, un ti ricordiamo occupa mezzo modulo, in basso a destra, e costa un bollettino postale di circa 30 euro. Allora S. dice soddisfatto: il tempo è denaro. Anche se non è il denaro a darti il tempo.

La signorina C. è la depositaria delle sue lapidarie considerazioni e quindi la prediletta di S. e quando lei arriva, gonna di lana a quadri alle rotule, il labbro superiore un poco sporgente e un sorriso che è marchio di fabbrica (tra le tante espressioni le è rimasta calcata quella) lui le cede il posto e le chiede regolarmente,
le posso offrire un caffé?
C. rifiuta, con un suo garbo.

Quando torna a casa, la signorina C. avverte che al giro scale del nono gradino, prima dell'ultima rampa, c'è odore di bacca di vaniglia riscaldata. Si ferma come al semaforo, annusa, poi riprende a salire.
Sono esattamente 76 giorni e mezzo che, sia che tiri vento o che l'aria ristagni, quell'afflato si invortica in quel punto del palazzo di via Filippo Scorza.
Quando C. infila la chiave nella serratura, si sta ancora chiedendo l'origine della vaniglia. Apre la porta e il gatto, un siamese pigro e opportunista, inarca la colonna vertebrale e si strofina compiendo degli otto contro le sue caviglie. Questo fino a che C. non si lascia cadere sul divano in finta ciniglia e il gatto sfodera e ritrae le unghie sulla sua maglia fino a che non ottiene lente lisciate sul pelo beige, mai in senso contrario.

Ma da 76 giorno e mezzo la signorina S. si scorda di blandire il felino e rimane solo affossata a chiedersi se nel rione abbia aperto un laboratorio di bigné e diplomatiche o l'imitazione di una profumeria francese. Ha cercato nei dintorni, ma non ha trovato nulla.
C. infila la cassetta della Mangano e balla un poco di mambo con i fianchi come se fosse al cospetto di Vittorio Gassman. Si corica e sfoglia Gente, dove non ci sono necrologi ma le storie epifaniche della gente, storie al limite dell'incredibile o incredibili del tutto. Legge anche Gente Mese, quando il mese glielo permette.

Alle 23.30 il gatto salta fuori dalla finestra dopo una breve rincorsa e C. si addormenta. Sogna che sale e sale e sale una scala fissa, forse di un metrò o di un sottopasso della stazione centrale, con le ginocchia nude e doloranti ma attribuisce la ricorrenza del sogno all'effettivo dolore alle articolazioni che avverte da 76 sere e mezzo.

Il settantasettesimo giorno si aspetta quello che è successo il settantaseiesimo. E difatti - non c'è ormai ragione alcuna perché non accada - tutto si ripete: il giornale, il signor S., il profumo chantilly al nono gradino e l'infinita salita notturna da una lineaferrata.
Le prende una pena devastatrice e svuota tutta i cassetti per terra, smuovendo le carte con la punta delle scarpe come se non volesse toccarle. Poi le raccoglie a bracciate e le getta dalla finestra dove il gatto esce di notte. Viene denunciata dall'inquilino di sotto, il galante signor S., per imbrattamento di cose altrui e per danneggiamento di ortensie.

C. non sa come trovare un avvocato che difenda un'impazienza verso un profumo e neppure che capisca che quell'odore, ha ricordato illuminata come se fosse stata in punto di morte, l'ha sentito al termine della scalinata della stazione 78 della metro dalla quale usciva di corsa urtando con quella testa di bambina, un cucciolo di ariete, il petto del figlio del panettiere. Quando ha alzato lo sguardo annebbiato ha incontrato un guardare rischiarante e i suoi capelli hanno odorato di vaniglia di lievito Bertolini cotto in forno per tutto quel giorno di aprile.

Il signor S. si presenta in aula imbracciando un vaso di ortensie decapitate, la prova del reato. Il legale d'ufficio, un nero consumato nel cuore e nel fisico dai corridoi in seminato veneziano della legge, non interroga né la parte offesa, né la sconosciuta cliente. Il pubblico ministero, senza alzare la faccia dal fascicolo successivo al suo, liquida il caso con nessuna domanda, vostro onore.

Dopo cinque minuti il giudice, che ha l’hobby della composizione di profumi, è di ritorno e, in nome del popolo italiano, legge la sentenza:
visti gli articoli 639 e 635 del codice penale
considerato che
l’essenza di vanilla planifolia procura un senso di appagamento legato alla fase orale ed una benefica regressione, risvegliando bambini dagli occhi chiari e che, nella sua versione naturale, si fissa chimicamente ai feronomi, mettendo in risalto l’odore della persona come un vestito avvolge una donna,
applicate le attenuanti generiche,
la signorina C. è assolta dai reati ascrittigli.

L’udienza è tolta.

L’articolo 62 bis dispone che il giudice possa prendere in considerazione circostanze diverse, qualora le ritenga tali da da giustificare una diminuzione di pena.

 

postato da: amelia1 alle ore 07:40 | Link | commenti (50)
categoria:dedicato
lunedì, 21 gennaio 2008

Ho parlato con il melograno stamattina
come due amici consueti al consueto posto;
lui col suo braccio di ramo
disteso come un morto
ed io che tamburellavo sul tavolino di mezzo
premendomi dentro un'impazienza di pianto.

Guardavamo di fuori, di fianco ma distanti,
un poco irritati l'uno con l'altro
pur di non esserlo
lui con la sua esile esistenza di albero
ed io col mio sinodo di pensieri
ospiti fissi delle quattro parti del giorno
a cui nessuno badava.

Questo freddo, mi diceva, credo proprio che sarà infinito,
mi sento malamente potato senza essere stato tagliato.
Neanche tu noti la differenza.

Per guadagnare tempo allargavo con un dito un buco sul polsino e poi lo stringevo, come per aggiustarlo.
Sarà un poca di febbre, sarà l'influenza, gli dicevo fingendo distratta indolenza.
Ma lo vedevo bene, invece, che si disseccava
e glielo tacevo
come si tace un male incurabile, una visione di un ufo.

Non ci eravamo mai dovuti clemenza
(l'alba non ci faceva più specie del mezzodì)
ma gliela volevo donare, anche di nascosto,
davvero
;
mi sono morsa la lingua
perché non trovavo di meglio per un melograno così smagrito di dentro
che un'elusione
e un silenzio.

Ho allontanato il mio condor
ma è stata una mossa falsa.
Quell'albero infruttifero si era accorto,
in controluce credo,
di una mia lacrima sul vetro degli occhiali
che avevo messo per fingere di leggere
e di come cercassi di pulirla con le dita, peggiorando solo la vista,
peggiorando solo la vita.

Allora si è fermato a metà del discorso ma a nessuno dei due interessava
lui di proseguire
io di come andava a finire.
Si era sempre ripreso, come di consueto,
l'indomani
o l'indomani l'altro ancora
(gli indomani saranno infiniti?)
perché la vicenda era una
e noi il segno non lo avevamo mai perso,
vuoi con una matita,
un fischietto come richiamo per le parole che sfarfallavano senza riguardo,
o con una piega a triangolo
là in alto, del libro.

Domani sarà brutto
mi ha detto, prima che ci alzassimo come nebbia da terra.
Sì, pioverà.

Sotto di noi l'acqua toglie ai ciotoli
l'asperità per farli avanzare
e dissolversi nel mare.
Quanto è minuscolo il ponte, che collega
i tuoi occhi - è come un grido
sulla paura senza parole, niente di più.

Ponte, Michael Kruger

 

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categoria:alberi
martedì, 15 gennaio 2008

la casa orba con i venti più uno

La casa orba, polifemo esautorato in mattoni e calcestruzzo, guarda il pianoro senza attrattive dalla sua prospettiva mezza murata.

Ancora ricorda però, con la memoria che ha fatta di blocchi di granito,

che da quella parte offesa,

bucata e rattoppata, c'era la spiaggia, sì la spiaggia,

che di mattina faceva il doganiere (che anche lui chiudeva un occhio) per chi partiva, per chi arrivava,

e nel pomeriggio si faceva pettinare dal tiro delle reti

e stropicciare l'orlo di garzetta da piedi accaldati.

Dall'altro occhio, la casa orba verso sera vede sfuocato come come un pirata affaticato.

Per il resto la casa orba sembra normale.

ha le sue cianfrusaglie,

il sottoscala con le valigie impolverate, le scarpe consunte e smesse, i secchi di plastica, il vin santo dell'anno prima riposto per mancata occasione,

uno scolapiatti mai aggiustato

uno sgabello mai adoperato.

Nei cementi sbriciolati s'impallano i colombi, goffi e titubanti.

Sul tetto ha uno strumento ancora buono, con un’aletta e con quello, senza enfasi alcuna, ha imparato venti cose più una.

La calma

La bava di vento

La brezza leggera

La brezza vivace

La brezza tesa

Il vento fresco (da 10.8 a 13.8 m/s)

Il vento forte

La burrasca moderata

La burrasca forte

La tempesta

Il fortunale

L’uragano

e ancora

La tramontana

Il grecale

Il levante

Lo scirocco

Il mezzogiorno

Il libeccio

Il ponente

Il maestro

 

Dalla casa orba sono passati tutti,

almeno così immagina la casa dalla sua visione monca di ultimo caporale.

Certo, non sempre capisce le intenzioni

Ma - sarà colpa del perimetro? - una casa un limite ce l'ha.

E’ passato quello che ha scritto abbasso questo e quest'altro

c'è anche il dio esiste, proclama di un apostolo sfiduciato che però ha pure un po' sbavato con lo spray da supermercato.

E c'è, soprattutto - ed è qui che il perimetro forse non è stato ben calcolato - un mattone, uno solo, in cui due personaggi incerti (due buffoni?) hanno inciso una doppia vocale, qualcosa in più di uno iato.
Non sono d'esempio a nessuno,

forse cercavano solo un rifugio ma hanno trovato la parte orba della casa ed hanno lasciato il loro doppio segnale, d’alfabeto nautico: ecco, qui potremmo ripassare, avran pensato. O soggiornare. Han cominciato a ragionare come due dottori, come fare ad operare su quell'ossatura primitiva, schiva, quali attrezzi potevano servire – le spatole, i picconi? - se ci sarebbe stato da sperare ed anche a cosa scrivere nel certificato vergato di fine lavori.

La casa orba è guarita?

Qualche aspirina, un poca di convalescenza e, se non vi è crisi di rigetto, l'occhio buono, fatto per il mare, tornerà, stia tranquillo, a vedere.

 

A misurare quanta via si vada

per ora

col corso d'un vento

qui bisogna un orilogio

che mostri l’ore,

punti

e minuti.

Leonardo da Vinci

postato da: amelia1 alle ore 20:25 | Link | commenti (99)
categoria:venti
giovedì, 10 gennaio 2008

la ragazza del mago

La gente che va nel teatro del mago e della ragazza del mago si illude e si spaventa con così poco. Per esempio tutti quelli che acquistano il biglietto in prima fila della platea credono che R., la ragazza del mago, possegga il mazzo di chiavi che apre le scatole dei segreti del mago, una specie di usufrutto sul suo repertorio e con il tempo, la luce, gli oggetti che prestis digitus, il mago digita con velocità impercettibili allo sbattere delle palpebre. Pensano anche, gli spettatori, che gli occhi della ragazza del mago possano rallentarne i movimenti, così da carpire in quale rotazione della mano l’inganno si compie. Perciò R., quando è sul palco, non fissa mai dritto alle poltrone ma sulle gelatine gialle e rosse dei riflettori, fino ad avere lo sguardo senza assi del cieco.

La gente ama e spera, prendendo posto a teatro con il cappotto piegato sul braccio - mi scusi, mi fa passare per favore - che il mago prima o poi chieda

c’è qualcuno tra il pubblico che vuole verificare di persona i nodi di questa corda?

Uno di loro allora sale, scavalcando a due a due i gradini della scaletta, e tira e tira la corda, e tasta i groppi della corda e sotto sotto pensa che anche lui come un reartù, estrarrà dalla roccia del mago il suo segreto. E lo scioglierà. Ma nessuno dei nodi del mago si scioglie senza le mani del mago tra le quali la fune passa et voilà, i nodi scompaiono come inghiottiti dalla fibra della canapa sbiancata.

Nessuno sospetta che l’assistente R, così si chiama sui manifesti la ragazza del mago, non solo non sa neanche quel trucco dello spago che lei ricorda di aver visto persino nel finale delle recite parrocchiali, ma non vuole conoscerlo. Non ha mai chiesto, neanche quando è seduta su di lui e lui se la preme ondeggiandole addosso ed è molto vicina al segreto stesso del mago, come faccia ad annodare e snodare le funi. Solo una notte che lui dormiva nel profondo di non si sa quale notti da mago, lei ha testato di persona l’auto annodamento della cordicella ed ha sentito che era vero. Si è un poco agitata di emozione e l’ha riposta nello scomparto degli attrezzi del mago senza più risvegliarsi e lasciando che il suo cuore rallentasse nel loro buio di praticanti della magia.

Scoprire la magia, si accorse così la ragazza del mago, è una contraddizione bella e buona, come chi dice il tempo si è fermato o il sole è sceso all’orizzonte.

Naturalmente la ragazza del mago è a disposizione degli illusionismi del mago e sta sempre in scena con lui, alzando con grazia il braccio destro in alto quando è ora dell'applauso.
Il mago viene acclamato perché mostri il numero del sasso che esce dalla sua pancia scoperta, perché le si ghigliottini la mano, perché entri nell’armadietto delle spade e ne venga trapassata, perché lui la sollevi in aria dal lettino in cui l’ha stesa con una strana imposizione delle mani.

Il mago strappa quei sorrisi disfatti dalle fatiche quando fa roteare vicino a bavero o all'orecchio di qualcuno una monetina scintillante, anche fuori corso, o quando dai barattoli vuoti si libera il volo della colomba, o nella bottiglia esplodono foulard colorati uno dietro l’altro come i fuochi di ferragosto.

Il mago può leggere, in quanto mago, la mente della gente sui numeri delle carte e quando esce la donna di cuori e lui indica, girandosi con la testa, la sua silenziosa assistente, quel teatro di legno marcescente e carcasse di colombi nelle soffitte, riflette la magia delle gibigianne degli ori attorno agli specchi delle reggie francesi.

Qualche volta il mago ha provato ad insegnare ad R. i guizzi dell’impalmaggio ma è sempre finita con la pallina che rotola distante, sotto qualche mobile ed era tutto da rifare.

Il gran finale del sabato del mago, quando il teatro straripa di scalpiccii sotto le sedie, è quello della donna tagliata a metà. Le prime volte la ragazza del mago si divertiva molto a vedersi i piedi nelle scarpette rosse da serata muoversi lontano da lei come se anche lei avesse una mente capace di muovere le cose che non possono muoversi, ma una sera ha scoperto una piega di preoccupazione ai lati della bocca del mago quando assestava, spingendola con un colpo, la lama sotto il cuore della ragazza e questo anche se la ragazza non ha mai sanguinato e l’esperimento è sempre perfettamente riuscito, come dice quando riattacca i tre pezzi di ragazza davanti a tutti. Da allora la ragazza del mago comincia a temere che il mago possa morire con uno dei suoi trucchi, senza fargli sapere né come né dove. In fondo, però, si calma da sola R., il grande Houdini è morto di peritonite.

Ma il mago insiste ogni giorno in quegli allenamenti estenuanti di bullet catch, della pallottola fermata con i denti,  Le fa sparare, spara, dai spara, e poi zac, lui stringe tra gli incisivi il proiettile come un chicco d’uva spina prima di essere schiacciato. E ride.

Un giorno, un’ora prima dello spettacolo, il proiettile non si ferma e trapassa il palato e la nuca del mago. La ragazza del mago ripone come niente fosse la pistola nella scatola degli attrezzi del mago e spende una buona parte della liquidazione del teatro per un annuncio nel quotidiano della città, perché si stampi il più in alto possibile sulla colonna degli annunci: aaa.assistente del mago cerca posto.

L'indomani, di nuovo con il suo corpino di zirconi addosso, entra nella scatola del nuovo mago per essere segata a metà con la ruota dentellata (precedentemente oliata). Sotto la scatola cola un rigagnolo di sangue e in platea si alzano in piedi come al comando di un generale, imbracciano i cappotti e spariscono tutti: un trucco perfettamente riuscito.

La gente che va nei teatri si spaventa per così poco.

"Sono la ragazza del mago, che non trema"
Silvia Plath, Il convegno delle api

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categoria:storie
domenica, 06 gennaio 2008

la testa e il mento

La luna esce dalla terra e la gente passeggia vestita da cosacco.
Vita guarda giù in strada.
Me ne vado
Come scusa?
Hai capito. Me ne vado.
L'hai detto altre volte.
Significherebbe che stavolta non è vero?
Non dicevo questo. Dicevo che poi, magari. Senti, usciamo. Tra l'altro nevica e dobbiamo vedere quella cosa, sai, il rumore bianco che muore.
Vita si strizza una palpebra con l’indice, immagazzinando concentrazione. Ora ha l’occhio destro lacrimoso.
Ti prego di credermi, dice voltando il busto alla finestra.
Non vedi che qui dentro non c'è più spazio? O sono io troppo grande per te o tu troppo piccola per me.
Ma è una faccenda di cubature? Ci siamo sempre state. Ci siamo state benone. D'accordo, ci sono stati giorni che ho dimenticato di portati quello che mi dicevi. Ma tutte quelle liste. E sorridi, e parla, e telefona, e pettinati, e mettiti profumo di mirra sul collo, e vai a trovare questo e quello e assaggia e annusa e vedi e racconta. E guarda. E guarda. Soprattutto quel "guardami". Questo non è facile.
Si tratta di questo? dico a bocca mezza chiusa: se non ha afferrato la domanda, forse non mi risponde.
Si tratta che sai che devo andarmene.
Si tratta di qualcosa che so?
Penso di sì.
Vita si mortifica a non prolungarsi in spiegazioni: ci mette molto impegno. A volte è immediata, ma più spesso è il paziente castoro che rosica il legno e costruisce le sue trasversali. Poi si mette là dietro, dietro la corrente del mondo.
Non scrivo più, tanto per cominciare.
Ma non può essere. Tu scrivi ogni santo giorno; che tu lo voglia o no lasci tracce in ogni angolo del pianeta. Non sei brava a passare inosservata. Ti ricordo che il tuo grido incrina il nostro cristallo.
Fingi di non capire che una cosa non c'è solo perché lo vogliamo. Non dipende quasi mai da noi. C'è e basta. Indefinibile.
Non esasperarti così, siediti.
Non mi sono mai seduta.
Questa volta fallo. Fermati.
Neanche tu puoi fermarmi.
Ora non...non ci crederà nessuno che te ne vai da qui.
Beh, il mondo è pieno di increduli e si divide in puri e convertiti, non equamente diviso, questo no.
Con lei non funzionano le fortificazioni dell’orgoglio, la cartapesta delle vanaglorie, i paramenti incesellati della vendetta.
Vita è così semplice.
Vita si tocca in testa e poi il mento. Adesso mi spaventa: forse è solo un tic, mi persuado.
Mi scarta passandomi velocissima al fianco, improvvisa come un vento che gonfia un lenzuolo steso.
Si corica sul letto, avvolgendosi nella pesante coperta tedesca con la stampa di Bugs Bunny.
Sì, se dorme è un poco meglio, credo. Ma ha dei sussulti febbrili e mi avvicino per baciarle le fronte. La sua pelle mi scotta le labbra.
Dio mio, l’ho svegliata. Si alza come quel vento di prima e comincia a togliere le sue cose. Devo avere un difetto agli occhi perché a mano a mano che passa in rassegna le stanze mi pare che rimpicciolisca. Quando è in camera sembra una mosca e si muove anche come un insetto alato. Ho paura di perderla di vista. La seguo. Adesso gli occhi mi bruciano per la concentrazione e per lo sforzo di trattenere il pianto.
Non piangere adesso, mi dico.
Devo fermarmi. Gambe e braccia mi fanno male, mi sento senza i tendini. Mi siedo per terra.
Vita, Vita, Vita.
Parlo con una voce strana, come se avessi le orecchie tappate per la pressione. Mi parlo dentro, da dentro un canyon.
Non può sentirmi. Così no, così no.
Ecco, le pareti sono nude come bambini, le stanze sono le stanze vergini degli alberghi costieri.
Faccio leva appoggiando i palmi delle mani al pavimento e con fatica mi alzo. Corro verso la porta aperta, dove si è diretto il pulviscolo di Vita. Sollevo il ginocchio della gamba destra nella rincorsa ma non ricordo più di essere arrivata al di là della soglia.

La luna decresce nella terra
(soave terra)
e la gente si accavalla, vestita da cosacco, per vedere che faccia ha un rumore bianco di neve che muore.

"E’ una fuga inutile, la loro.
All’imbrunire c’è la bellezza dei campi annegati"
Silvia Plath

 

 

postato da: amelia1 alle ore 20:40 | Link | commenti (63)
categoria:neve