amelia r
Mi chiamo Amelia r. e, come uno strumento primitivo, risuono di parole. Il primo suono vero è il suono delle cose e la mia prima verità è arrivata a sei anni con il rumore immaginato dello sparo che ha trapassato le vite di mio padre Carlo e di mio zio Nello. Da quel giorno non si è più chiamato papà ma eroe, anche se un eroe è solo un morto laureato precipitosamente dalla storia.
Mi chiamo Amelia r. e sono senza radici, sono di tutti, sono di nessuno, parlo una lingua, parlo tre lingue. Sono nata in Francia, in America e in Italia. Sono nata tre volte. Sono dentro tutti e sono dentro nessuno, come la musica quando si libra e si libera senza possibilità di prigionia fisica.
Non ho mai saputo di scrivere. Succede. A matita, con durate microscopiche, cose appena appena annotabili su carta millesimale. Ma al solo pensiero che qualcuno mi chiami scrittrice, mi sento arrossire, sento pronunciare una blasfemia e sudo freddo all'idea di pubblicare le parole che l'istinto mi impone per impulso vitale, come quello della sopravvivenza pura e semplice di un gatto gettato in acqua. Scrivere non può essere un mestiere che ti mantiene e ti permette di comperare da mangiare. E' qualcosa per cui nascondersi, non esibirsi.
Non sono una letterata e indosso malamente gli abiti dei salotti. Sento angoscia ed attrazione per i personaggi che si siedono accanto a me, Pier Paolo Pasolini, Elio Vittorini, Italo Calvino. Piuttosto io ho molto amici figli di impiegati, o di operai delle periferie. Visito le loro case che non hanno più di una quarantina di libri in camera. In loro non c'è eroismo, non c'è morte di parole laureate dalla storia.
Eppure un giorno quei salottieri onesti che le sparano grosse, mi stanano come in una battuta di caccia. A loro consegno, tremando, il suono della poesia, incerto, con lapsus e sgrammaticature, con invenzioni e sregolatezze. L'unica cosa in cui credo, dico loro, scusandomi, è che per preparare una poesia, come per preparare un piatto, si prende un piccolo fatto vero. Che abbia contorni umani.
Una tua faccia ha sì contorni umani
un tuo gesto è davvero primaverile e
un tuo guardarmi è la prima delle cose
a cui penso quando - nel vivido primeggiare
dei nuvoloni pomeridiani - io con molta
lentezza cerco te.
Da questo momento considero la sillaba non solo un nesso ortografico, ma un suono e la metrica qualcosa che varia gentilmente a seconda dell'associazione o del mio piacere. Io non posso contenere la realtà, la realtà è pesante come un mortaio e le mie mani non sono capaci di reggerne la gravità, ma ci sono i versi, le rime i tempi. Sono loro le leve della mia officina. Sono gli uncini che pianto come chiodi nelle cose, perché gocciolino la loro resina, sono le lime di ferro che grattano via l'ottusità del male. Sono le viti che filettano il mio dolore e il mio amore.
Le acque limacciose del mio disinganno erano limate dalla tua gioia
e dal mio averti in mano,
vicino e lontano come il turbine
delle stelle d'estate.
Mi ammalo. Mi ammalo di una malattia di cui sento il passo sordo nel corridoio. Un passo pesante dietro l'altro: qualcuno sta camminando verso di me e forse indossa le scarpe di dio, penso. Continuo a usare le mie mani, sui tasti, per muovere l'archetto del violino, per urlare con l'inchiostro una gentilezza che diventa sempre più inutile.
La morte è nell'aria, ti sfugge
solo per un poco.
Così resto ferma, quasi trepidante, e ogni giorno recito la mia preghiera:
Per il parolaio ch'io fui,
domando di essere viva,
domando di essere viva.
Ma non basta. E così, in un attimo, decido di precedere quel dio, di superarlo.
Ci riesco.
La neve scende piana svolazzando contenta
il mio cuore si rabbuia attentamente,
si contrae
e si perdona.
Amelia Rosselli, musicista, scrittrice, nata a Parigi il 24 marzo 1930, morta a Roma l'11 febbraio 1996.














